L’effetto pellicola, smontato pezzo per pezzo
Curva delle luci, colore, grana e alone: le quattro cose dietro il «look analogico», che cosa fa l’emulazione e quando conviene la pellicola vera.
Una stampa un po’ ingiallita, un cielo che sfuma nel bianco senza strappi, una lampada che si porta dietro un alone caldo. È la foto della comunione, o della gita al mare di vent’anni fa, quella che salta fuori da una scatola durante un trasloco e che, stranamente, piace più di quella scattata ieri con il telefono: nitida, corretta, perfetta in ogni dettaglio. Mi capita spesso che chi mi scrive per un ritratto o per una festa mi mostri proprio un’immagine così, accompagnata sempre dalla stessa domanda: «me le fai come una volta?».
La nostalgia c’entra, ovviamente, ma c’entra anche la fisica. Quella foto è nata su un materiale che reagisce alla luce in un modo tutto suo: un supporto trasparente coperto da un’emulsione di gelatina, con dentro cristalli di alogenuro d’argento la cui dimensione e forma decidono sensibilità, contrasto e risoluzione. Il sensore della tua macchina (o del telefono) misura la luce e la scrive in un file; la pellicola la trasforma attraverso la chimica, e i segni di quella trasformazione sono proprio ciò che il tuo occhio riconosce come «sapore analogico».
Il punto è che quel sapore, a guardarlo da vicino, non è una cosa sola. Quando mi chiedi «l’effetto pellicola» mi stai chiedendo, senza saperlo, quattro cose diverse: un certo modo di trattare le luci forti, un certo colore, una certa grana e un certo alone attorno alle sorgenti luminose. Ognuna ha una causa precisa, ognuna si può imitare in post-produzione fino a un certo punto, e ognuna va dosata sulla foto che hai davanti. Ed è qui che nasce l’equivoco del preset, il filtro che si compra (o si scarica) e si applica a cento immagini con un clic.
Certo, un preset fa il suo mestiere: dà un’impronta riconoscibile, è veloce e su un profilo social può anche bastare. Ma un preset non sostituisce una scelta, perché è stato tarato su foto che non sono le tue, con un’altra luce, un’altra pelle, un altro cielo. Sul ritratto in controluce brucia la guancia, sulla foto della sera sporca i neri, sulla foto di gruppo cambia il colore di un vestito. E allora, se le quattro cose nascono da cause diverse, perché trattarle tutte insieme con lo stesso gesto?
Quattro «ingredienti» e che cosa ne fa l’emulazione
Il primo ingrediente è la curva di tono. Chi studia la pellicola la disegna come una S distesa (si chiama curva caratteristica, o curva H&D): un piede in basso, dove le ombre si staccano piano dal nero, un tratto centrale dritto la cui pendenza, il gamma, decide il contrasto, e in alto una spalla, dove la curva si arrotonda. È la spalla a fare la differenza con il digitale: là dove il sensore arriva al massimo e taglia, lasciando una macchia bianca piatta, la pellicola continua a salire piano, e il cielo sfuma invece di bruciare. In post-produzione questa curva si imita bene, ed è la parte su cui lavoro di più, con un limite preciso: se in uno scatto il sensore ha già tagliato, nessuna curva può restituire il dettaglio che nel file non c’è.
Il secondo è il colore. La pellicola a colori ha almeno tre strati sensibili uno sopra l’altro (il blu in cima, poi un filtro giallo, poi il verde e il rosso), e già pellicole come il Kodacolor II arrivavano a dodici strati, con oltre venti sostanze diverse in ciascuno. Il colore finale nasce dai coloranti che si formano in quegli strati durante lo sviluppo, ed è per questo che ogni pellicola ha la sua «tavolozza», con i suoi verdi e i suoi incarnati. L’emulazione copia l’aspetto di quella tavolozza, non la chimica che l’ha prodotta: ci si avvicina molto, ma resta una traduzione da tarare sulla pelle e sulla luce di ogni scena.
Il terzo è la grana. Non è fatta di granelli veri e propri: è un effetto ottico, la trama casuale che nasce dalle minuscole particelle di argento metallico, o dalle nuvole di colorante, della pellicola sviluppata. Cristalli più grandi vogliono dire più sensibilità e più grana, mentre una grana fine conserva più dettaglio ma chiede più luce; e la sua dimensione, sulla foto finita, dipende anche da quanto la ingrandisci. La grana vera, quindi, racconta come è stata scattata quell’immagine. Quella aggiunta in post-produzione è una trama sovrapposta: convince se è dosata sulla dimensione di stampa, si tradisce subito se è identica su ogni foto.
Il quarto è l’alone, che i tecnici chiamano halation. La luce attraversa l’emulsione, si riflette sul retro del supporto (o sul pressa-pellicola della macchina) e torna a impressionarla, disegnando un bagliore chiaro attorno ai punti luminosi. Per fermarla esiste uno strato apposito, il dorso anti-halation: quasi tutti i film per cinema ce l’hanno, quelli per la fotografia quasi mai, con l’eccezione storica della Kodachrome. E anche con quello strato, nelle luci più forti resta un alone rossastro, perché la luce non assorbita torna indietro fino allo strato sensibile al rosso, che è il più profondo. Il caso più famoso oggi è la CineStill 800T: CineStill parte da pellicola cinematografica Kodak Vision3 e ne toglie il dorso protettivo (il «remjet») per poterla sviluppare nei normali laboratori C-41, ed è proprio quella rimozione a regalarle gli aloni rossi attorno a lampioni e insegne.
Nel mio lavoro queste quattro cose le gestisco in DaVinci Resolve, che dalla versione 19 ha un effetto dedicato, il Film Look Creator, con regolazioni separate per esposizione, tinta di ombre e luci, alone, bagliore e grana. Separate è la parola chiave: posso tenere la curva morbida e togliere quasi tutta la grana da un ritratto, oppure lasciare l’alone su una foto notturna e spegnerlo su una foto di giorno, dove sembrerebbe solo un difetto. Prima di applicarla guardo tre cose: dove cadono le luci più forti, che tono ha la pelle e quanto grande verrà stampata la foto. L’emulazione è la risposta giusta quando serve un aspetto coerente su un lavoro intero, magari foto e video insieme, con la libertà del digitale; diventa una scorciatoia quando serve a nascondere una foto debole.
Se invece il risultato deve essere vero, la pellicola resta un’altra cosa, con i suoi limiti e i suoi costi: rulli contati, sviluppo in laboratorio, nessuna anteprima sul momento. E anche lei, oggi, diventa quasi sempre un file passando da uno scanner, dove le scelte di chi scansiona su densità, colore e contrasto spostano il risultato, a volte più della marca dello scanner stesso. L’emulazione copia l’aspetto, non il procedimento: le manca la chimica, e chi ti dice che è «uguale» ti sta vendendo un filtro.
Ti lascio un esercizio semplice. Prendi la tua foto «di una volta» preferita e una recente che ti piace meno, mettile una accanto all’altra e guardale con calma, un ingrediente alla volta: prima il cielo e le luci forti, poi il colore della pelle, poi la trama nelle zone uniformi, infine il contorno delle lampade. Scoprirai che a quella di ieri, quasi sempre, mancano uno o due ingredienti, non tutti e quattro. Se ti va, mandami le due foto scrivendomi: ti dico quali sono, e se per le tue immagini ha più senso emularli o caricare un rullino vero.
Domande frequenti
Che cos’è l’emulazione pellicola, in parole semplici?
È una lavorazione in post-produzione che imita su una foto o un video digitale l’aspetto di una pellicola: la curva delle luci, il colore, la grana e l’alone. Copia il risultato, non il procedimento chimico, e per questo va regolata immagine per immagine.
Perché nelle foto analogiche c’è quell’alone rosso intorno alle luci?
La luce attraversa l’emulsione, si riflette sul retro del supporto e torna indietro fino allo strato sensibile al rosso, che è il più profondo. Le pellicole per fotografia quasi mai hanno lo strato che assorbe quella luce, e anche quando c’è le luci più forti lasciano un alone rossastro. La CineStill 800T lo rende evidente perché alla pellicola cinematografica di partenza viene tolto il dorso protettivo.
Basta un filtro per avere lo stesso risultato?
No. Un filtro applica le stesse scelte a ogni immagine, mentre luci, pelle e cielo cambiano da una foto all’altra: quello che funziona su una scena brucia o sporca la successiva. Il preset può essere un punto di partenza, ma la decisione resta da prendere foto per foto.
La grana dei preset è la stessa cosa della grana vera?
No. La grana vera è un effetto ottico dovuto alle particelle d’argento o alle nuvole di colorante, e cambia con la pellicola e con l’ingrandimento; quella digitale è una trama sovrapposta. Dosata sulla dimensione di stampa convince, identica su ogni foto si riconosce subito.
L’emulazione si può usare anche sui video?
Sì. In DaVinci Resolve, che uso per il colore, il Film Look Creator lavora sia sulle foto sia sui video. È utile soprattutto quando un lavoro comprende entrambi e deve avere un aspetto coerente dall’inizio alla fine.
Conviene far emulare le foto o provare a scattare in pellicola?
Dipende da cosa ti serve. Se vuoi un aspetto coerente su un lavoro intero, con la libertà del digitale, l’emulazione è la strada giusta. Se vuoi il risultato vero, con la sua chimica, la pellicola resta un’altra cosa, con i suoi limiti e i suoi costi.