Matteo Barni
Matteo Barni

Perché la tua foto viene scura (o bruciata)

Perché la neve esce grigia e il controluce nero: diaframma, tempo, ISO e la barretta del ± spiegati da un fotografo, per chi scatta col telefono.

di Matteo Barni ·

La macchina misura la luce, non le tue intenzioni: tre numeri che si scambiano fra loro, un gesto solo, la barretta del ±, e una domanda: che cosa voglio salvare in questa foto.

Una distesa di neve fresca, il sole pieno, un cielo che sembra dipinto. Scatti col telefono, guardi lo schermo e la neve è diventata grigia, un grigio sporco da marciapiede. Oppure sei al mare verso sera, metti tua figlia davanti al sole perché la luce è bellissima, e lei esce una sagoma nera, senza faccia. Al matrimonio della cugina la sposa diventa una macchia bianca senza pizzo e senza pieghe, e la sera, in pizzeria, gli amici e le amiche sono volti arancioni e impastati, come dietro un vetro appannato.

La colpa, te lo dico subito, non è tua, e in fondo nemmeno del telefono. Queste foto hanno tutte lo stesso problema, con un nome che sembra difficile e non lo è: l’esposizione, cioè quanta luce lasci arrivare al sensore. Troppa, e la foto viene bruciata: i bianchi diventano bianco pieno e lì dentro non resta più niente. Troppo poca, e viene scura, con le ombre che si chiudono in un nero senza dettagli.

Il nodo è come la macchina decide quanta luce prendere. Che sia il telefono o la mia Sony a6700, prima di scattare misura la scena (la mia la divide in 1.200 zone) e poi deve ridurre tutto a un valore di mezzo. Quel valore lo piazza sul grigio medio, un grigio che riflette il 18% della luce: esposimetri e macchine sono tarati lì, sull’ipotesi che una scena qualsiasi, mescolata tutta insieme, dia più o meno quel grigio.

Il guaio è che la neve non è grigia. Se l’inquadratura è quasi tutta bianca, la macchina la riporta al suo grigio di riferimento e la neve esce sporca. In controluce il cielo domina la misura, la macchina abbassa tutto per non bruciarlo e la persona davanti finisce nel nero. Con l’abito bianco in una chiesa buia succede il contrario: c’è tanto scuro intorno, la macchina alza per schiarirlo, e la stoffa, che era già la cosa più luminosa della scena, va oltre il bianco e si brucia.

Ecco allora il criterio che regge tutto il resto: la macchina non sa che cosa vuoi salvare. Misura benissimo, ma non può sapere se per te conta il cielo o il viso di tua figlia, la neve o lo sciatore. Per questo parlare di esposizione «giusta» o «sbagliata» in assoluto ha poco senso: esporre vuol dire scegliere che cosa conta in quel fotogramma, e a volte accettare di perdere qualcos’altro. Ma se la scelta tocca a te, con che cosa la fai?

Tre numeri, una barretta e la «moneta» degli stop

In fotografia la luce si conta in stop, e uno stop vuol dire una cosa sola: il doppio, o la metà, della luce. Lo trovi anche come EV, valore di esposizione, dove un passo è proprio uno stop. Per darti la misura, fra una scena in pieno sole e la mezz’ora dopo il tramonto ci sono cinque stop, cioè cinque raddoppi: trentadue volte la luce. L’occhio quasi non se ne accorge, la macchina sì.

Il primo numero è il diaframma, il foro dentro l’obiettivo che si apre e si chiude come una pupilla. La sua scala sembra scritta a caso (1,4 · 2 · 2,8 · 4 · 5,6 · 8 · 11 · 16 · 22) e invece ogni passo raddoppia o dimezza la luce che entra, con una stranezza da ricordare: più il numero è piccolo, più il foro è grande. Da f/2,8 a f/4 la luce cambia di 2,04 volte, da f/8 a f/11 di 1,89, perché quei numeri sono arrotondati: calcolato, non stimato, e in pratica è uno stop pieno in tutti e due i casi.

Il secondo è il tempo di scatto, cioè per quanto resta aperta la porta: 1/125 di secondo, poi 1/250, 1/500, 1/1000, e qui ogni passo dimezza la luce esattamente. Il terzo è la sensibilità, gli ISO, che amplificano il segnale del sensore: da 100 a 200 è uno stop in più, e il prezzo lo conosci già, è la grana colorata delle foto in pizzeria.

La parte più utile è che i tre numeri si scambiano fra loro, come monete dello stesso valore. Con il sole pieno, a ISO 100, f/16 con 1/125 di secondo, f/11 con 1/250 e f/8 con 1/500 danno la stessa esposizione: è la regola del «sunny 16». Stessa esposizione, però, non vuol dire stessa fotografia: a f/16 lo sfondo resta più nitido e a f/8 si ammorbidisce, mentre a 1/500 congeli un bambino che corre e a 1/125 rischi un po’ di mosso.

E poi c’è il gesto solo, quello che uso più di tutti: la compensazione dell’esposizione, la barretta del ±. Dici alla macchina «hai misurato, va bene, ma la voglio più chiara» (o più scura) e lei rifà i conti da sola. Sulla mia a6700 va da −5 a +5 stop, a passi di un terzo; sull’iPhone tocchi lo schermo sul punto che ti interessa e trascini il dito in su o in giù accanto al riquadro della messa a fuoco. Se tieni premuto finché compare la scritta AE/AF Lock, esposizione e fuoco restano bloccati anche se ti sposti.

Nei casi che sbagliano sempre, la regola è una: sposta la barretta verso quello che vuoi salvare. Sulla neve o sulla sabbia chiara al sole la macchina scurisce per riportare tutto al suo grigio, e tu alzi di circa uno stop. In controluce, se ti interessa il viso, sali di uno o due stop e lascia che il cielo si schiarisca; se ti interessa il tramonto, tocca il cielo e tieni la sagoma in nero, che a volte è proprio la foto più bella. Con l’abito bianco fai il contrario e togli un terzo o due terzi di stop, perché un’ombra un po’ scura si schiarisce anche dopo, mentre il bianco bruciato non torna più.

Il locale buio è il caso più duro, perché lì la luce manca davvero. Una strada di notte con le insegne vale 7-8 sulla scala degli EV, contro i 15 del pieno sole: sette o otto stop sotto, da 128 a 256 volte meno luce. La macchina deve scegliere che cosa sacrificare: apre il diaframma, allunga il tempo (e arriva il mosso), alza gli ISO (e arriva la grana). Il telefono qui parte svantaggiato, perché il sensore principale di un iPhone 16 Pro ha circa un quinto della superficie di quello della mia a6700. Recupera in un modo furbo, però: scatta più fotografie in fila e le fonde in una sola.

Nessuna macchina, nemmeno la più cara, indovina l’intenzione di chi scatta: un esposimetro più fine (quello della mia lavora da −3 a +20 EV), gli algoritmi del telefono e la fusione degli scatti riducono il margine di errore, ma non lo portano a zero. Se conta il viso o il cielo, la sposa o la chiesa, lo decide ancora chi tiene la macchina in mano: tu.

Ti lascio un esercizio da fare questa settimana, con il telefono che hai in tasca. Metti una persona, o anche solo una pianta, davanti a una finestra luminosa e scatta tre foto: una lasciando fare al telefono, una toccando il soggetto e trascinando il dito in su, una toccando la finestra e trascinandolo in giù. Guardale una accanto all’altra e chiediti quale ha salvato quello che volevi tu: così l’esposizione la scegli, invece di subirla. E se una foto ti è venuta scura, o bruciata, e non capisci perché, scrivimi: le do un’occhiata volentieri e ti dico come l’avrei esposta io.

Domande frequenti

Perché le mie foto vengono scure anche in pieno giorno?

Spesso perché nell’inquadratura c’è qualcosa di molto luminoso, un cielo, una finestra, la neve, che domina la misura della luce. La macchina, per non bruciarlo, scurisce tutto il resto: tocca il soggetto sullo schermo o alza la barretta del ±.

Che differenza c’è tra diaframma, tempo di scatto e ISO?

Il diaframma è il foro dell’obiettivo, il tempo dice per quanto resta aperto, gli ISO amplificano il segnale del sensore. Si contano tutti in stop e si scambiano fra loro, ma il risultato cambia: il diaframma decide quanto sfondo resta nitido, il tempo il mosso, gli ISO la grana.

Come si corregge l’esposizione su un telefono?

Sull’iPhone tocchi lo schermo sul punto che ti interessa e trascini il dito in su o in giù accanto al riquadro della messa a fuoco. Tenendo premuto fino alla scritta AE/AF Lock, esposizione e fuoco restano bloccati.

Si può correggere l’esposizione in post-produzione?

In parte: un’ombra un po’ scura si schiarisce, pagando qualcosa in grana, mentre un bianco bruciato è diventato bianco pieno e non ha più niente da recuperare. Per questo, nel dubbio, conviene proteggere le parti chiare.

Perché la neve esce grigia e il vestito bianco bruciato?

La macchina tara la misura sul grigio medio, che riflette il 18% della luce. Davanti alla neve scurisce per riportarla a quel grigio, in un ambiente buio alza e il vestito, già la cosa più chiara, si brucia: sulla neve aggiungi circa uno stop, sul vestito togline un terzo o due terzi.

Serve una macchina vera per esporre bene, o basta il telefono?

Per esporre bene basta il telefono, perché la scelta di che cosa salvare la fai tu e la barretta del ± c’è anche lì. Al buio una macchina con un sensore più grande ha più margine, mentre il telefono recupera fondendo più scatti: in tutti e due i casi il margine di errore si riduce, ma non si azzera.

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